Libro divorato in un paio di giorni. Scrittura avvincente che parla attraverso tanta tanta musica, che parla della mia giovinezza lo confesso, degli anni Novanta, dell’istintiva e corporale avversione del potere di quella generazione e di quando andare al centro sociale era normale.
Valerio Mattioli racconta questa scena della cultura underground italiana dell’epoca attraverso un lungo racconto, fitto di incontri e persone che popolavano gli allora diffusi e attivi centri sociali, incubatori di questa nuova ondata di cultura dal basso.
Novanta prende vita muovendo dal ’77 e dagli Ottanta, prima di passare all’eponimo decennio, che l’autore fa iniziare con il movimento della Pantera e finire con i fatti del G8. Il confronto con il ’77 è un motivo piuttosto ricorrente nel libro: la riabilitazione di quegli anni troppo frettolosamente liquidati nella condanna della lotta armata, ma rimasti vivi nella memoria, nelle pratiche e nello stile dell’antagonismo dei decenni a seguire (oltre alle conquiste ormai si spera universalmente riconosciute come i referendum su aborto e divorzio, la legge Basaglia, lo statuto dei lavoratori): “In fondo, i centri sociali degli anni Novanta possono essere letti come singolo capitolo di un continuum sotterraneo tutto italiano: una sorta di controstoria nella quale gli anni Settanta assumono di volta in volta il ruolo di mito di fondazione o di ingombrante eredità da cui sembra impossibile liberarsi, ma che in qualche modo va affrontata, senz’altro rivendicata”, scrive Mattioli.
La lista degli esempi di come dai movimenti underground vicini ai centri sociali sono emersi pezzi importanti della cultura di massa sarebbe lunga: dalle band rock-pop e reggae come Subsonica, Afterhours, Marlene Kuntz, 99 posse, Sud Sound System, Africa Unite, passando per la riflessione sulle nuove tecnologie e le prime aspirazioni cyber e post-umane, in particolare con il gruppo della rivista milanese «Decoder» e con personaggi come il Ermanno “Gomma” Guarnieri che finiranno a scrivere per, o a parlare in, televisione, e giù fino alla proliferazione dell’editoria indipendente, che all’epoca dava filo da torcere ai grandi editori storici. Se volevano mantenere un profilo appena intellettualmente credibile, alle case editrici italiane convenivano allora due strade: o imitare gli indipendenti nell’offerta, o cooptare figure provenienti da questa scena. Un esempio è il duo Repetti/Cesari che con Einaudi stile libero e, in particolare, con libri come Gioventù Cannibale e Q di Luther Blisset saranno l’emblema controverso dell’underground che sfonda nei circuiti commerciali. Ma parliamo di marchi come Shake (nata da «Decoder»), Castelvecchi, Theoria, DeriveApprodi, o le più accademiche Mimesis e Meltemi, e poi Minimum Fax, Fanucci, Fazi: la dinamicissima piccola editoria dell’epoca aveva radici profonde nella fertile terreno dei centri sociali.
Il discorso sulle musiche è preponderante in Novanta e non solo perché Mattioli è di formazione critico musicale. La musica era un pilastro dei centri sociali, e il suo impatto “fu tale da mandare in crisi l’intera industria discografica mainstream, che per qualche tempo parve davvero capitolare dinanzi a tanta energia sprigionata dal basso”. La musica rap, su tutte, è la protagonista assoluta di queste pagine (su tutti direi Sangue Misto dell’omonima band).
Alla fine di una lettura di 500 e passa pagine – per quanto avvincenti e particolareggiatissimi e partecipate – l’impressione finale può essere quella di un senso di amarezza su quanto tanta forza, tanta visione e tanto coraggio siano stati alla fine dei giochi e siano oggi moderatamente ininfluenti, irrilevanti. Si pensava di cambiare il mondo; si è fatto alla fine un esercizio di stile, o una lunga, stranissima, psichedelica festa, per poi in ultima analisi rientrare nei ranghi di un post-thatcheriano “there’s no alternative”.

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