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Balbus

Quando il termine “barbaro” (barbaros) fa la sua comparsa in Occidente, si tratta di una definizione meramente linguistica: Omero menziona i popoli barbarophonoi del Vicino Oriente. Barbaros è dunque “colui le cui parole suonano bar-bar” e somigliano a un balbettio. Il “barbaro” non è ancora il “selvaggio” o il “primitivo”, non è ancora l’opposto dell’uomo presunto civile. Prova ne è il fatto che, nel grande epos di Omero, nulla distingue, in termini di evoluzione materiale e culturale, i Troiani conquistati dai loro conquistatori Achei; e, ancora nel V secolo a.C., i Persiani di Erodoto sono più simili che opposti ai Greci di Atene e Sparta. Non c’è da stupirsene, visto che i Greci avevano vissuto per secoli – nelle loro colonie d’Oriente e d’Occidente, a contatto con i “barbari”, traendone spesso ispirazioni e idee, benefici culturali e benefici economici.

Occorrono decenni di accesa propaganda – a partire dal tardo VI secolo a.C. fino a tutto il IV, attraverso le cosiddette “guerre persiane” – perché barbaros prenda a designare per antonomasia le popolazioni d’Asia, e perché si carichi di quella valenza denigratoria che perdura intatta nelle lingue moderne. Quando Aristotele, nella Politica, teorizza la naturale inferiorità dei “barbari”, la loro naturale inclinazione alla schiavitù, la loro ignoranza della libertà e della ragione, il filosofo “maestro di color che sanno” è l’erede di stereotipi divenuti ormai senso comune. Quel senso comune passerà in eredità all’Occidente e alla modernità.

Naturalmente ogni cultura egemone – fra Roma e il Medioevo – inventerà i propri barbari. Vengono a mente le parole di un “barbaro” oppositore dell’imperialismo romano: “il massacro e la rapina li chiamano impero, e dove fanno il deserto, la chiamano “pace” (Tacito, Vita di Agricola)”.

Chi è dunque il vero barbaro? Questa la domanda che i “barbari” troiani – per voce di Euripide, nelle Troiane – rivolgono ai Greci “civilizzati”, distruttori e massacratori di un’antica, alta e nobile cultura. Questa la domanda che la nostra civiltà – il nostro Occidente – non può non porsi oggi, di fronte ai nuovi “barbari” che bussano alle nostre porte e che la propaganda delle “piccole patrie demonizza” e respinge secondo stereotipi millenari. E ricordiamo – con Proust – che “barbaro” non è chi non ha mai conosciuto la civiltà; ma chi, pur avendola conosciuta, ne dimentica e ne tradisce i valori.

Ivano Dionigi

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