Questo lavoro è una sorta di manifesto del vuoto, un vuoto che a me non fa più paura — parla. Ai miei sensi è diventato una lingua attraverso cui il mondo comunica. Il vuoto non è più assenza, ma esito pianificato e programmato socialmente. Non è silenzio, ma frastuono. Non è quiete, ma tensione. Questo perché, citando Byung-Chul Han, nel tardo capitalismo il vuoto dell’essere viene mascherato dall’eccesso — di scelta, di interfacce, di opinioni, di like. Viviamo nell’abbondanza dell’effimero sentendo sempre meno. Abbiamo disimparato a tacere, ma anche ad ascoltare.
“Il fuso di Kronos” è un tentativo di ascoltare il vuoto, di riconoscerne la struttura costruita, quasi sacra. L’immagine del fuso, che richiama alla memoria anche le moire, è una metafora della violenza che si ripete. Kronos che divora i suoi figli non è solo un mito antico: è la logica attuale dei sistemi — educativi, sociali, giuridici, artistici. E noi, per non essere divorati, gettiamo ogni giorno nella sua bocca simulacri filati con il nostro stesso fuso dell’essere. Il fuso, piuttosto che la falce— simbolo del destino
ineluttabile, del lavoro e della morte — diventa qui uno strumento di distruzione ciclica della vita. Filiamo, ma non filo. Intrecciamo o tessiamo, ma non tessuto. Produciamo qualcosa che è privo di valore e di senso: il vuoto esistenziale.
LEV NIKITIN (La mostra)

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