Avarizia

Qui vidi gente più ch’altrove troppa,

e d’una parte e d’altra, con grand’urli,

voltando pesi per forza di poppa.

Percoteansi incontro; e poscia pur lì

si rivolgea ciascun, voltando a retro,

gridando: – Perchè tieni? – e – Perchè burli ? –

Così tornavan per lo cerchio tetro

da ogni mano all’opposito punto,

gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,

per lo suo mezzo cerchio all’altra giostra.

E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: – Maestro mio, or mi dimostra

che gente e questa, e se tutti fuor cherci

questi chercuti alla sinistra nostra. –

Ed elli a me: – Tutti quanti fuor guerci

si della mente in la vita primaia,

che con misura nullo spendio ferci.

 Cosi Dante nel settimo canto dell’Inferno, ne la Divina Commedia, parla degli avari e dei prodighi. Entrambi sono puniti per l’offesa diretta a Dio e sono sottoposti alla stessa pena, in quanto il loro vizio ha il medesimo movente nel desiderio inestinguibile di accumulare ricchezza, che gli uni accumulano per il piacere del possesso e gli altri per sperperare irragionevolmente. Infatti quanto il poeta dice: con misura… ferci, intende che egli non seppero usare delle ricchezze con quella misura, che è la virtù che tiene il giusto mezzo, aristotelicamente, fra l’avariza e la prodigalità. Avendo peccato per incontinenza, avari e prodighi sono collocati nel quarto cerchio dell’ Inferno, dopo i lussuriosi e i golosi, e nella quinta cornice del Purgatorio.

Anche Tommaso d’Aquino si rifarà, nella Summa Teologica, all’etica aristotelica della virtù come giusto mezzo tra due dispozioni umane, opposte tra loro, quando delinerà i sette vizi capitali, che nella sua versione ormai classica sono giunti fino a noi.

Ora, quando si parla di vizio si fà riferimento ad un comportamento morale in disaccordo, per eccesso o per difetto, rispetto ad un altro indicato con il termine virtù. Un comportamento virtuoso o secondo virtù prevede, però, un qualche tipo di bene verso cui l’uomo deve tendere, che se per Tommaso d’Aquino era Dio,  per Aristotele era invece la felicità che l’uomo trovava nella vita contemplativa.

Questo per dire che ogni periodo storico che l’uomo ha attraversato aveva un bene diverso verso cui egli doveva tendere, e quindi il comportamento secondo virtù non aveva sempre le medesime caratteristiche e gli stessi precetti morali. Tutti questi cambiamenti storici però, possono essere ricondotti a due idealtipi di etica, perchè di questo discutiamo quando parliamo di vizi e di virtù, una tipo “metafisico”, cioè basato su un impianto filosofico che presuppone un qualche tipo di trascendenza e uno schema interpretativo a cui ricondurre tutta la realtà e che dà alla storia umana un qualche fine ultimo, e una di tipo utilitaristico, in cui permangono dubbi e difficoltà di conoscenza, un sapere che procede per circospezione, che formula congetture più che teoremi. La prima è un etica assoluta che si fonda su qualche tipo di verità, mentre la seconda è un etica “critica” che tende a concepire il bene come l’utile collettivo che la ragione di volta in volta individua e calcola. Degli esempi del primo tipo sono il Cristianesimo o il Marxismo, mentre esempi del secondo tipo sono dati da pensatori come Macchiavelli, Hobbes, Montaigne.

Ora, noi che viviamo nel XXI secolo, siamo in presenza di un’etica assoluta o critica? Pur con qualche riserva visto si tratta di un’epoca di transizione, direi che il nostro è un periodo senza grand recits, per dirla con Lyotard, cioè senza grandi narrazioni onnicomprensive che si rifanno ad un centro culturale e spirituale forte. Quindi non una società in cui esiste un bene assoluto a cui tendere, ma tanti tipi di bene, ognuno con una propria legittimità.

Quindi cosa significa essere avari o peccare d’avarizia oggi? In una società in cui il leit motiv principale della vita sociale è il consumo, essere avari resta dunque un vizio, un vizio che non solo viene condannato moralmente, ma che porta come conseguenza immediata l’esclusione sociale. Oggi per essere accettati bisogna spendere, consumare, far girare l’economia come dice un conosciuto spot televisivo, tant’è che si sono creati degli strumenti economici che riescono a farci spendere anche quando non ne abbiamo la possibilità immediata (basti pensare ai sistemi bancari e credizi che creano sempre più soluzioni personalizzate di prestiti). Non solo, ma si sono sviluppati settori della società che studiano, promuovono, creano bisogni dove non ce ne sono, che ci inducono a consumare, sfruttando quella caratteristica fondamentale dell’uomo,  il desiderio,che sembra inestinguibile.

E l’avarizia spirituale? L’egoismo? La chiusura verso gli altri? Paradossalmente quello che dall’etica cristiana viene considerato un vizio alla stessa stregua dell’avarizia materiale, nella società contemporanea viene quasi visto, non dico come una virtù, ma diciamo di buon occhio. Oggi nelle relazioni umane domina il pragmatismo, l’interesse, l’usare gli altri per i propri scopi, in una parola il cinismo. Come aveva profeticamente previsto Marx: “L’arcano della forma merce consiste semplicemente nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà naturali di quelle cose. […] Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali. […] Quindi, non più rapporti immediatamente sociali tra persone, ma rapporti di cose tra persone e rapporti sociali fra cose”. Questo materialismo nei rapporti sociali porta ad una fragilità dei rapporti stessi, figli di un’educazione che fin dai primi anni di età, attraverso la televisione e gli altri media, insegna che quando una cosa non ci soddisfa più, possiamo sempre comprarne un’altra, cambiarla; atteggiamento che si riflette, certo depotenziato, anche nei rapporti con gli altri. Quindi ai primi segnali di difficoltà o di crisi la relazione, intesa qui in senso lato, naufraga in un mare di egoismo reciproco e di incomprensione acuta. La nocciolo di questo problema sta in parte nel problema stesso, matrimonio e relazioni sociali fallite ce ne sono sempre state e sempre ce ne saranno, ma in parte nel fatto che, mentre una volta la disapprovazione sociale da parte della comunità era forte e si faceva sentire, ora ce una sorta di indifferenza generalizzata, quasi di tacito assenso, dovuto alla superficialità e all’incapacità di saper guardare oltre il proprio orizzonte personale. Naturalmente le cause di ciò sono numerose, ma quest’argomentazione esula dal presente saggio.

Nei Vangeli Gesù dice: “Guardatevi dall’avarizia” (Lu. 12:15), o meglio: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia”, perché vi è una grande varietà o forme di cupidigia, di avarizia. C’è avidità di denaro, avidità di prestigio, avidità di sicurezza futura, l’avidità d’avere più ancora, quando uno è già ricco. Agur dice bene in Pr. 30:8,9 “Non darmi né povertà né ricchezza, cibami del pane che mi è necessario, perché, una volta sazio, non ti rinneghi e dica: Chi è l’Eterno? Oppure, divenuto povero, non rubi e profani il nome del mio Dio”.

In sostanza quindi l’uomo contemporaneo è un uomo anticristiano, antilluminista in quanto affoga nella più totale irrazionalità, e lontano dalla vita contemplativa tanto cara ai greci; si potrebbe semmai definire come un consumatore cinico, molto attento ai propri interessi, a soddisfare i bisogni più sfrenati di appagamento e godimento materiale, restando chiuso nella sua interiorità che gelosamente conserva da sguardi indiscreti impedendo a chiunque di entrare.

Quindi quali rimedi urge porre per contrastare questa degenerazione morale che sembra essere senza via di uscita? Inanzitutto non essendo così ingenui da credere che l’avarizia, e quindi di riflesso l’egoismo, sia una caratteristica umana che può essere eliminata, perchè come dice Balzac nelle Illusioni perdute, “L’avarizia comincia dove finisce la povertà” , ma semmai limitandola, in quanto, come la storia ha insegnato, è un archetipo morale che per natura fa parte dell’uomo come forma fondamentale dell’anima e che risulta funzionale alla sua sopravvivenza. E allora come già diceva Aristotele, che classificava la liberalità, cioè il giusto mezzo tra l’avaro e il prodigo, nelle virtù etiche, cioè quelle che disposizioni del carattere che derivano dall’abitudine e dal costume, è solo attraverso l’educazione e l’insegnamento che questo vizio può essere ricondotto a un giusto equilibrio tra la razionalità e le passioni, ove oggi quest’ultime paiono regnare incontrastate.

Le altre parti: Lussuria Gola

 

 

13 risposte a “Avarizia”

  1. Un’analisi impeccabile

    1. Grazie Rita sempre troppo buona 🙂

  2. L’unica virtù che possa contrastare ogni forma di avarizia, è la carità.

    1. A questo proposito mi ha colpito che nei primi villaggi cristiani ogni casa aveva un letto in più per accogliere eventuali bisognosi che passavano da quel villaggio. Insieme ad un pezzo di pane e una preghiera rappresentavano la concezione del Cristianesimo e l’applicazione dell’insegnamento del buon samaritano. Poi con la creazione degli istituti di carità e di assistenza questa cosa scomparve. Concordo molto sulla carità un pò meno sulla speranza per restare in tema di virtù. Ciao… (il tuo nome non lo so ancora) Mondi e grazie

      1. Mi chiamo Annamaria , una carità priva di fede e speranza diventa vuota vero.

      2. Allora piacere Annamaria…Si le virtù vanno insieme: solo fede diventa dogmatismo, solo carità diventa demagogia, solo speranza diventa rassegnazione.

        Ciao e buona giornata

  3. Una buona analisi. Il capitalismo plasma la società in sua funzione, genera utile all’eccesso e non è mai sazio. In questo instilla la bulimia nel pensare e nell’agire, che anche quando è individuale determina il sociale.

    1. Ottima sintesi Willy. Chiara e concisa.

  4. Complimenti per questa esaustiva analisi.

    1. Grazie a te per averla letta. Ciao 🙂

  5. Una riflessione da condividere questa su due vizi opposti tra loro. Ma sono vizi oppure sensazioni soggettive? Visto che si parla di due estremi qual è il punto mediano ovvero il riferimento da cui ci discostiamo? Tu hai fatto riferimento all’etica cristiana o forse cattolica e a quella aristotelica. Ne esistono altre? Forse. Però credo che il riferimento sia il buon senso. Se sono avaro, vivo male la mia esistenza e quando si muore, le nostre sostanze restano qui e se le godono altri. Il prodigo vive al di sopra delle sue possibilità ma quando ha speso tutto e fatto dei debiti alla fine dirà di essersi divertito ma di certo morirà scontento.

  6. […]  Le altre parti: Lussuria – Gola – Avarizia […]

  7. […] altre parti: Lussuria – Gola – Avarizia – […]

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