Una società senza adulti

In Australia, da dicembre 2025, molte piattaforme social non possono permettere agli under 16 di avere un account. La misura viene spesso citata come modello: lo Stato interviene, impone verifiche dell’età e scarica sulle piattaforme il compito di impedire l’accesso. Dal punto di vista tecnico e regolativo, è comprensibile. Quando il problema esplode, la politica si muove sui meccanismi di accesso. Ma proprio qui si vede il punto più serio. Una società che pensa la soglia anzitutto come blocco d’accesso, filtro tecnico, sistema di verifica, sta già dicendo qualcosa di sé. Sta dicendo che non sa più trasmettere il limite in forma viva e relazionale, e prova allora a sostituirlo con una procedura. Il punto, però, va oltre il merito della legge. Riguarda il tipo di civiltà che ricorre a questo strumento.

È qui che il dibattito pubblico sbaglia spesso bersaglio. Si ripete che i ragazzi entrano troppo presto nel mondo adulto, che assorbono troppo presto linguaggi, immagini e tensioni che un tempo appartenevano ai grandi. In parte è vero. Ma il punto più scomodo è un altro: quel mondo adulto, come forma riconoscibile, si è in larga misura svuotato. Non stiamo assistendo solo a una precoce adultizzazione dei giovani. Stiamo assistendo, prima ancora, alla progressiva evaporazione dell’adulto. Il dibattito continua a guardare chi arriva, ma evita di guardare che cosa trova.

Per molto tempo la figura adulta è stata identificata con tutto ciò che la modernità voleva combattere: autorità rigida, gerarchia, comando, distanza. In molti casi quella critica era necessaria. Una parte dell’ordine precedente meritava di essere colpita. Il problema è che, colpendo una forma storica spesso soffocante dell’autorità, si è finito per indebolirne anche la funzione elementare. E questa funzione non consisteva nel dominare, ma nel segnare una soglia.

Diventare adulti non ha mai significato semplicemente crescere o ottenere nuovi diritti. Ha voluto dire uscire da una condizione protetta ed entrare in una zona più esposta, in cui errori, limiti e conseguenze non vengono più assorbiti allo stesso modo. Le società arcaiche, sotto questo aspetto, avevano almeno una chiarezza che il presente ha perduto. I loro riti di passaggio potevano essere duri, talvolta brutali, perfino crudeli. Non c’è nulla da rimpiangere. Ma prendevano sul serio una verità che oggi tendiamo a eludere: tra l’infanzia e l’età adulta non c’è soltanto continuità. C’è una frattura: si lascia una condizione e si entra in un’altra, e questo passaggio viene riconosciuto pubblicamente.

Il presente diffida proprio di questo. Ogni asimmetria appare sospetta, ogni separazione rischia di essere letta soltanto come trauma, ogni prova come abuso potenziale. Così il passaggio viene sostituito dall’accompagnamento, la soglia da un continuum educativo senza rotture, la trasformazione da una gestione sempre più cauta, progressiva, reversibile. Il risultato non è una società più libera, ma una società che fatica a produrre adulti. Ha demolito molte forme oppressive della trasmissione, ma non ne ha costruita una nuova abbastanza solida da reggere la distanza senza trasformarla in dominio.

Qui sta il punto che di solito si evita. L’autonomia non nasce per sottrazione pura. Non basta abbattere una figura perché emerga una forma più matura. Se salta la mediazione, non compare automaticamente un individuo più libero. Compare più spesso un soggetto lasciato a una libertà ancora informe, costretto a costruirsi senza investitura, senza passaggi chiari, senza un lessico condiviso capace di nominare il costo del diventare adulto. La modernità ha giustamente delegittimato molte autorità cieche, ma ha spesso creduto che bastasse rimuovere il vecchio perché il nuovo si organizzasse da sé. Non è andata così.

È qui che il problema dei minori cambia faccia. Si dice che oggi siano troppo esposti. D’accordo. Ma esposti a che cosa? Non a un mondo adulto saldo, severo, definito. Sono esposti a un ambiente in cui chi dovrebbe introdurli al limite vive per primo il limite come qualcosa di incerto, negoziabile, quasi imbarazzante. L’adulto contemporaneo non appare tanto emancipato da vecchie costrizioni, quanto esitante nel sostenere il proprio posto. Teme di imporsi, e proprio per questo fatica anche a introdurre. Cerca vicinanza, negoziazione continua, una protezione che dura più del necessario. Riduce la distanza, ma così facendo riduce anche la possibilità di trasmettere qualcosa che non sia semplice rassicurazione.

Non si tratta di un’accusa morale ai singoli genitori o insegnanti. È una trasformazione del legame. Quando si indebolisce la funzione che separa e introduce, il rapporto generazionale perde spessore. Non riesce più davvero a formare, ma nemmeno a lasciare andare. Si resta più a lungo in una zona intermedia, protetta su alcuni piani e scoperta su altri. Per questo molti minori oggi appaiono insieme protetti e scoperti. Protetti da un punto di vista procedurale, scoperti da un punto di vista simbolico. Sorvegliati molto, introdotti poco.

Qui però bisogna evitare la scorciatoia nostalgica. Se non vogliamo limitarci a rimpiangere i vecchi modelli, bisogna chiedersi in che forma una soglia sia ancora possibile oggi. Non sotto forma di rito violento, umiliazione pubblica o autorità muta. Quella strada, oltre a essere improponibile, sarebbe anche intellettualmente pigra. Ma neppure sotto forma di accompagnamento infinito, tutela senza scadenza, mediazione che non espone mai davvero.

Una soglia contemporanea credibile dovrebbe avere anzitutto un’asimmetria riconosciuta. Un adulto non è tale perché grida più forte o comanda di più, ma perché occupa un posto differente. Se questa differenza di posto non può più essere nominata, se ogni verticalità viene vissuta come sospetta in sé, la trasmissione si inceppa. Nessuno introduce più nessuno a niente; al massimo si resta tutti nello stesso spazio emotivo, cercando di non ferirsi troppo.

Dovrebbe poi prevedere prove progressive ma reali. Non prove spettacolari, non teatralità iniziatiche, ma passaggi verificabili: prendere un impegno pubblico e mantenerlo, esporsi alle conseguenze di una parola data, gestire un conflitto senza essere subito protetti, assumere un compito di cui si risponde davvero davanti ad altri. Finché tutto può essere corretto, attutito, riassorbito, la soglia non c’è. C’è solo un prolungamento attenuato dell’infanzia.

Una soglia, inoltre, deve essere riconosciuta. Non esiste davvero se resta soltanto psicologica. Deve essere nominata da qualcuno e resa visibile in qualche forma: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, in una comunità concreta. Il problema moderno è che quasi tutto è stato privatizzato, interiorizzato, psicologizzato. Ma un passaggio che nessuno riconosce finisce per consumarsi nel silenzio. E ciò che non viene riconosciuto non struttura.

Infine dovrebbe comportare non solo concessione di diritti, ma restituzione di compiti. Questo è forse il punto più rivelatore. Il linguaggio contemporaneo sa parlare molto bene di tutela e molto meno di investitura. Protegge, monitora, accompagna, interviene prima che qualcosa accada. Molto più raramente dice: da qui in poi questa parte di realtà pesa anche su di te, e non verrà più assorbita del tutto da altri. Eppure è precisamente questo che definisce una soglia. Non il diritto ad avere spazio, ma il fatto che quello spazio cominci a chiedere qualcosa.

Se tutto questo manca, la società non rinuncia affatto a regolare il passaggio. Semplicemente smette di farlo in forma umana e simbolica, e comincia a farlo in forma tecnica e amministrativa. Da qui il moltiplicarsi di protocolli, codici, filtri, linee guida, verifiche dell’età, pedagogie permanenti, sorveglianza diffusa. Non sono soltanto strumenti di una civiltà più attenta. Sono anche il sintomo di un vuoto. Quando una società non riesce più a far passare il limite attraverso relazioni riconosciute, finisce per spostarlo nei dispositivi. Lo affida alle procedure, ai controlli, ai filtri tecnici, alle piattaforme stesse.

Per questo il caso australiano è interessante al di là del merito specifico della legge. Può anche darsi che alcune restrizioni siano sensate, e sarebbe infantile negare che il design delle piattaforme sfrutti vulnerabilità reali dei minori. Ma il fatto che il problema venga oggi affrontato soprattutto così dice qualcosa di più generale. Dice che il nostro tempo sa ancora proibire, filtrare, verificare, ma sa molto meno introdurre. Sa ancora limitare un account, ma fatica a produrre una figura adulta credibile. Sa amministrare l’accesso, ma non sa più bene che cosa significhi accompagnare qualcuno fuori dalla dipendenza senza lasciarlo semplicemente in balia di sé.

Qui sta il paradosso. Le società contemporanee si pensano più libere, ma per reggersi hanno sempre più bisogno di regolazione preventiva. La durezza non è sparita. Si è spostata. Non passa più attraverso relazioni che introducono e separano; riappare nei protocolli, nei filtri, nei controlli impersonali. Una società senza adulti, allora, non è una società emancipata. È una società più incerta, più ansiosa, più regressiva. Non perché il passato fosse migliore, e neppure perché i giovani sarebbero peggiori. Semplicemente perché, quando nessuno sa più indicare con una certa chiarezza che cosa significhi diventare adulti, restano solo due risposte povere. La prima è la nostalgia: il rimpianto di un ordine morto, spesso idealizzato retroattivamente. La seconda è l’amministrazione dell’incompiutezza: correggerla, proteggerla, accompagnarla senza mai risolverla. Ma senza una soglia credibile, senza una forma capace di tenere insieme distanza e trasmissione, l’età adulta smette di essere una condizione. Diventa un dato anagrafico applicato a soggetti che continuano a cercare protezione proprio nel momento in cui dovrebbero offrirne. E a quel punto il problema non è più che i minori entrino troppo presto nel mondo adulto. Il problema è che quel mondo adulto, al loro arrivo, non c’è quasi più.

 Stefano Menegaldo

2 risposte a “Una società senza adulti”

  1. Interessantissimo, Efficace Articolo.

  2. Una visione senza grinze.

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